LA DIRINDINA


 


L'Intermezzo Ritrovato
Edizione 2007


La Dirindina
Intermezzi dall'opera "Ambleto"

1716

Libretto di Girolamo Gigli

musica di

DOMENICO SCARLATTI

 

Personaggi

Dirindina

Rosa Montano, mezzosoprano

Don Carissimo

Giusto D’Auria, Basso

Liscione

Tiziana Spagnoletta, soprano

Regia, scene, costumi

Franz Prestieri

trascrizione dall'originale della Biblioteca della Fondazione Ugo e Olga Levi di Venezia a cura di
Egidio Mastrominico

 

 

 

 

Nuova pagina 1

 

DAL LIBRETTO DI SALA

Quando nel 2001 abbiamo dato inizio a “L’Intermezzo Ritrovato”, progetto di ricerca e riproposta del repertorio degli intermezzi settecenteschi di autori di scuola napoletana, la nostra attenzione è stata rivolta ad opere note finora in ambito strettamente musicologico, tralasciando quelle altre che avevano goduto sia in passato sia in tempi recenti  di una certa popolarità. Da tale programma è scaturita la riproposta nel 2001 degli intermezzi “Eurilla e Beltramme” di Domenico Sarro, nel 2002 “Morano e Rosica” di Francesco Feo e nel 2003 “Erighetta e Don Chilone” di Leonardo Vinci. L’occasione di mettere in scena “La Dirindina”, uno degli intermezzi che per il  recente ritrovamento ha goduto in tempi moderni di una certa fama, ci viene ora offerta dalle celebrazioni per il 250° anno dalla scomparsa di Domenico Scarlatti. La messinscena fa parte di un ciclo più ampio denominato -“Domenico Scarlatti, Europeo Napoletano”, attivato in parternariato da Area Arte – Le Musiche da Camera  con NaturalMentMusica - Centro Iniziative Didattiche Musicali, ed inserito in Convivio Armonico 2007, che prevede oltre alla “Dirindina” altri tre appuntamenti concertistici dedicati alla produzione (cantate, musica sacra e musica strumentale) di Domenico Scarlatti, arricchiti da conferenze di presentazione  e dalle attività “La Napoli del Sig. Scarlatti - Passeggiate musicali e attività didattiche per i luoghi scarlattiani”. Nell’occasione presentiamo la realizzazione discografica degli intermezzi “Eurilla e Beltramme” di Sarro, in prima registrazione mondiale per l’etichetta bolognese Bongiovanni, registrati live nel Teatro di Corte del Palazzo Reale di Caserta nel febbraio dello scorso anno durante la replica tenuta per la serie di avvenimenti “Aperitivi alla Reggia”, augurandoci che a questo primo tassello discografico possano aggiungersene altri. Ringraziamo tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione del progetto, gli Enti patrocinanti, ed il Teatro Sancarluccio per il prezioso apporto.Egidio Mastrominico

 «Essendomi stato comandato il passato Carnevale un intermezzo per questo teatro, composi quella frascheria senza nessun fine particolare, ma per dipingere generalmente un costume, che ancora non era stato ritratto sulle scene. Piacque il pensiero di tal sorte che ne precorse un poco di applauso prima del recitamento. I musici, temendo farsi ridicoli, procurarono impedirne la recita (…) insomma, tanto si dibatté che il Governatore giudicò per lo meglio sospenderlo». Girolamo Gigli,  fine e vivace letterato senese,  descrive così, in una lettera  del 1715, i frangenti relativi alla sua ultima fatica, La Dirindina. Questa “farsetta per musica” era stata concepita inizialmente come intermezzo per un melodramma di Domenico Scarlatti,  Ambleto —  in scena a Roma  sulla ribalta del Teatro Capranica nella stagione di Carnevale di quello stesso 1715 — ma poi venne sostituita all’ultimo momento con altri, non meglio precisati “Intermedi pastorali”, per non urtare  la suscettibilità dei cantanti protagonisti dello spettacolo.  A lungo considerata perduta, quest’unica prova di Scarlatti nel campo del teatro comico fu recuperata in tempi relativamente recenti da Francesco Degrada, che ne ritrovò la partitura manoscritta, provvedendo anche a pubblicarla e a curarne la prima rappresentazione moderna, avvenuta nel 1968 in occasione della nona edizione dell’Autunno musicale Napoletano. Assecondando le più consuete convenzioni che regolavano la forma dell’intermezzo settecentesco, La Dirindina, delinea in poche scene un’esilissima vicenda incentrata su tre soli personaggi, chiamati a rappresentare l’ambiente musicale settecentesco: Don Carissimo, maestro di cappella sciocco, pedante e bacchettone; la sua allieva Dirindina, giovane cantante tanto ambiziosa quanto mediocre;  Liscione “evirato cantore”, abile e spregiudicato. L’intreccio che li lega è un pretesto per tratteggiare, con toni oscillanti fra il realismo e l’aspro sarcasmo, un mondo colto nei suoi aspetti più cinici e ridicoli.  Gigli non peccava certo di orgoglio rivendicando il primato della sua farsetta che, nel suo prendere di mira convenzioni, vizi e degenerazioni del teatro musicale, effettivamente inaugurava un filone destinato ad ampia fortuna nel Settecento (con titoli celebri come L’impresario delle Canarie di Metastasio e Sarro, Vespetta e Don Falasco  di Zeno e Vinci,  L’impresario in angustie  di Diodati e Cimarosa ),  costituendo un testo di riferimento per Benedetto Marcello e per il suo celebre “pamphlet”, Il teatro alla moda, pubblicato nel 1720. L’interesse di questa breve pièce  non è comunque limitato alla sua priorità cronologica:  schivando la futilità e la comicità grossolana  caratteristica di gran parte degli intermezzi napoletani dello stesso periodo, nella Dirindina il gioco della deformazione caricaturale agisce senza tradire l’impulso realistico, facendosi strumento efficace di quella «spregiudicata reazione contro gli aspetti più compassati e diplomatici della società arcadica» da Walter Binni  individuata  come elemento peculiare dell’opera di Gigli. Un tratto che la musica accentua con pungente vivacità e soluzioni tutt’altro che convenzionali, lasciando apprezzare le attitudini drammaturgiche e la propensione al registro comico di un compositore che i più conoscono soltanto per la sua produzione clavicembalistica. Pier Paolo De Martino

Il testo de’ “La Dirindina” contiene ( a confronto con la codificata perfezione degli intermezzi che verranno scritti in anni successivi) tutto il fascino di una arcaica incompiutezza. Addirittura precedente a “Il teatro alla moda” di Benedetto Marcello, Dirindina è, forse, il primo esempio di “metateatro” di cui, perlomeno nel mondo del melodramma, ci sia giunta traccia. Nella sua estrema, commovente leggerezza - è ben lontano lo stile sofisticato nel quale Metastasio (“L’impresario delle Canarie”) e Goldoni (“ L’impresario delle Smirne”), racconteranno, a loro volta, vizi e virtù dei teatranti dell’epoca - Dirindina si presta compiacente ai giochi di chi vuole, oggi, metterla in scena: per una volta non sembra gratuito mostrarsi “gratuiti”. Non ci sembra, infatti, gratuito inventare di sana pianta (in stile maccheronico/metastasiano) il finale di una azione che l’autore lascia vistosamente tronca; non ci sembra gratuito lasciare che i protagonisti, abbandonato definitivamente il canto, raccontino, in versi, una delle tante possibilità di evoluzione della buffa vicenda. Franz Prestieri

 

 

   

Foto di Eugenio Lupoli

   
         
         
         
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