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DAL LIBRETTO
DI SALA
Quando nel
2001 abbiamo dato inizio a “L’Intermezzo Ritrovato”, progetto di ricerca e
riproposta del repertorio degli intermezzi settecenteschi di autori di
scuola napoletana, la nostra attenzione è stata rivolta ad opere note finora
in ambito strettamente musicologico, tralasciando quelle altre che avevano
goduto sia in passato sia in tempi recenti di una certa popolarità.
Da
tale programma è scaturita la riproposta nel 2001 degli intermezzi “Eurilla
e Beltramme” di Domenico Sarro, nel 2002 “Morano e Rosica” di Francesco Feo
e nel 2003 “Erighetta e Don Chilone” di Leonardo Vinci. L’occasione di
mettere in scena “La Dirindina”, uno degli intermezzi che per il recente
ritrovamento ha goduto in tempi moderni di una certa fama, ci viene ora
offerta dalle
celebrazioni per il 250° anno dalla scomparsa di Domenico Scarlatti.
La messinscena fa parte di un ciclo più ampio denominato -“Domenico
Scarlatti, Europeo Napoletano”,
attivato in parternariato da Area Arte – Le Musiche da Camera con
NaturalMentMusica - Centro Iniziative Didattiche Musicali, ed inserito in
Convivio Armonico 2007,
che prevede oltre alla “Dirindina” altri tre appuntamenti concertistici
dedicati alla produzione (cantate, musica sacra e musica strumentale) di
Domenico Scarlatti, arricchiti da conferenze di presentazione e dalle
attività “La Napoli del Sig. Scarlatti - Passeggiate musicali e attività
didattiche per i luoghi scarlattiani”.
Nell’occasione presentiamo la realizzazione
discografica degli intermezzi “Eurilla e Beltramme” di Sarro, in prima
registrazione mondiale per l’etichetta bolognese Bongiovanni, registrati
live nel Teatro di Corte del Palazzo Reale di Caserta nel febbraio dello
scorso anno durante la replica tenuta per la serie di avvenimenti “Aperitivi
alla Reggia”, augurandoci che a questo primo tassello discografico possano
aggiungersene altri. Ringraziamo tutti coloro che hanno collaborato alla
realizzazione del progetto, gli Enti patrocinanti, ed il Teatro Sancarluccio
per il prezioso apporto.Egidio
Mastrominico
«Essendomi
stato comandato il passato Carnevale un intermezzo per questo teatro,
composi quella frascheria senza nessun fine particolare, ma per dipingere
generalmente un costume, che ancora non era stato ritratto sulle scene.
Piacque il pensiero di tal sorte che ne precorse un poco di applauso prima
del recitamento. I musici, temendo farsi ridicoli, procurarono impedirne la
recita (…) insomma, tanto si dibatté che il Governatore giudicò per lo
meglio sospenderlo».
Girolamo Gigli, fine e vivace letterato
senese, descrive così, in una lettera del 1715, i frangenti relativi alla
sua ultima fatica, La Dirindina.
Questa “farsetta per musica” era stata concepita inizialmente come
intermezzo per un melodramma di Domenico Scarlatti, Ambleto
— in scena a Roma sulla ribalta del Teatro Capranica nella stagione di
Carnevale di quello stesso 1715 — ma poi venne sostituita all’ultimo momento
con altri, non meglio precisati “Intermedi pastorali”, per non urtare la
suscettibilità dei cantanti protagonisti dello spettacolo.
A
lungo considerata perduta, quest’unica prova di Scarlatti nel campo del
teatro comico fu recuperata in tempi relativamente recenti da Francesco
Degrada, che ne ritrovò la partitura manoscritta, provvedendo anche a
pubblicarla e a curarne la prima rappresentazione moderna, avvenuta nel 1968
in occasione della nona edizione dell’Autunno musicale Napoletano.
Assecondando le più consuete convenzioni che regolavano la forma
dell’intermezzo settecentesco, La Dirindina,
delinea in poche scene un’esilissima vicenda incentrata su tre soli
personaggi, chiamati a rappresentare l’ambiente musicale settecentesco: Don
Carissimo, maestro di cappella sciocco, pedante e bacchettone; la sua
allieva Dirindina, giovane cantante tanto ambiziosa quanto mediocre;
Liscione “evirato cantore”, abile e spregiudicato. L’intreccio che li lega è
un pretesto per tratteggiare, con toni oscillanti fra il realismo e l’aspro
sarcasmo, un mondo colto nei suoi
aspetti più cinici e ridicoli. Gigli
non peccava certo di orgoglio rivendicando il primato della sua farsetta che,
nel suo prendere di mira convenzioni, vizi e
degenerazioni del teatro musicale, effettivamente inaugurava un filone
destinato ad ampia fortuna nel Settecento (con titoli celebri come
L’impresario delle Canarie di Metastasio e
Sarro, Vespetta e Don Falasco di
Zeno e Vinci, L’impresario in angustie
di Diodati e Cimarosa ), costituendo un
testo di riferimento per Benedetto Marcello
e per il suo celebre “pamphlet”, Il
teatro alla moda, pubblicato nel 1720. L’interesse di questa breve pièce
non è comunque limitato alla sua priorità
cronologica: schivando la futilità e la comicità grossolana caratteristica
di gran parte degli intermezzi napoletani dello stesso periodo, nella
Dirindina il gioco della deformazione
caricaturale agisce senza tradire l’impulso realistico, facendosi strumento efficace di quella
«spregiudicata reazione contro gli aspetti più compassati e diplomatici
della società arcadica» da Walter Binni individuata come elemento
peculiare dell’opera di Gigli. Un tratto che la musica accentua con pungente
vivacità e soluzioni tutt’altro che
convenzionali, lasciando apprezzare le attitudini drammaturgiche e la
propensione al registro comico di un compositore che i più conoscono
soltanto per la sua produzione clavicembalistica.
Pier Paolo De Martino
Il
testo de’ “La Dirindina” contiene ( a confronto con la codificata perfezione
degli intermezzi che verranno scritti in anni successivi) tutto il fascino
di una arcaica incompiutezza. Addirittura precedente a “Il teatro alla moda”
di Benedetto Marcello, Dirindina è, forse, il primo esempio di “metateatro”
di cui, perlomeno nel mondo del melodramma, ci sia giunta traccia. Nella sua
estrema, commovente leggerezza - è ben lontano lo stile sofisticato nel
quale Metastasio (“L’impresario delle Canarie”) e Goldoni (“ L’impresario
delle Smirne”), racconteranno, a loro volta, vizi e virtù dei teatranti
dell’epoca - Dirindina si presta compiacente ai giochi di chi vuole, oggi,
metterla in scena: per una volta non sembra gratuito mostrarsi “gratuiti”.
Non ci sembra, infatti, gratuito inventare di sana pianta (in stile
maccheronico/metastasiano) il finale di una azione che l’autore lascia
vistosamente tronca; non ci sembra gratuito lasciare che i protagonisti,
abbandonato definitivamente il canto, raccontino, in versi, una delle tante
possibilità di evoluzione della buffa vicenda.
Franz Prestieri
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