Eurilla e Beltramme

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L’Intermezzo Ritrovato Progetto speciale Edizione 2001
EURILLA E BELTRAMME Intermezzi dall’opera “La Partenope” Teatro San Bartolomeo 1722 Libretto di Silvio Stampiglia Musica di DOMENICO SARRO Prima Esecuzione Moderna Personaggi Eurilla Rosa Montano, mezzosoprano Beltramme Giusto D’Auria, Basso Regia - Lucia Ragni Scene, costumi e disegno luci Trascrizione moderna della partitura a cura di EGIDIO MASTROMINICO
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Nella stagione di Carnevale del 1722 la rappresentazione della Partenope
al Teatro San Bartolomeo di Napoli, con la musica di D. Sarro, segnava il
ritorno di un testo che datava ormai quasi un quarto di secolo sulla ribalta
del più importante teatro napoletano dell'epoca. Il libretto scritto da
Silvio Stampiglia, poeta romano tra i fondatori dell'Accademia dell'Arcadia,
era stato scritto per la stagione del 1699, e messo in musica allora da
Luigi Manza. La Partenope avrebbe peraltro goduto di una notevole fortuna e sarebbe stata musicata parecchie altre volte fino alla metà del secolo XVIII, tra gli altri da Vinci, Vivaldi e Haendel. La partitura di Sarro del 1722, il cui manoscritto è conservato nella Biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, prevedeva al suo interno l'intermezzo Eurilla e Beltramme, con un testo molto probabilmente redatto dallo stesso Stampiglia che proprio quell' anno aveva fatto ritorno a Napoli dopo essere stato per diversi anni storiografo e poeta cesareo alla corte asburgica. L'intermezzo fu in quell' occasione interpretato da due già celeberrimi specialisti del nuovo repertorio comico: Santa Marchesini, una delle pioniere del genere, e Giocchino Corrado, basso buffo attivo in pianta stabile al San Bartolomeo fin dal 1704, dove nel 1733 avrebbe impersonato l'Uberto della Serva Padrona di Pergolesi, diventando in seguito protagonista di numerose commedie per musica al Teatro Nuovo. Con l'Eurilla e Beltramme siamo di fronte ad un lavoro che rappresenta bene il termine intermedio di quella lunga fase di passaggio che dalle cosiddette scene buffe di fine Seicento, avrebbe condotto negli anni venti del secolo seguente all'intermezzo comico vero e proprio, dotato di piena autonomia rispetto al dramma serio e stampato con un aspetto tipografico differenziato. Nell' Eurilla il cordone ombelicale fra intermezzo e dramma non si è ancora spezzato, la cornice dell'intreccio è la stessa ma al centro della scena ci sono due personaggi - Beltramme, servo armeno al seguito do Rosmina, ed Eurilla, serva al seguito di Partenope - che non compaiono nel testo principale e che qui divengono protagonisti di un'esilissima vicenda basata su quello che si andava delineando allora come il topos drammaturgico degli Intermezzi: il passaggio da un' iniziale situazione di conflitto all' idillio - riconciliazione finale. All' interno di un registro buffo che, come di consueto, si basa sulla contrapposizione dei caratteri ( la pomposa fierezza del personaggio femminile a contrasto con la codardia e la goffagine del personaggio maschile), sugli ammiccamenti alle novità del tempo presente (la moda del fumo e del caffè in apertura della seconda scena), su espliciti e diffusi doppi sensi a sfondo erotico, il testo assume spesso connotazioni parodistiche meta - teatrali, prendendo di mira ora gli accenti bellicosi dello stile eroico, ora gli stereotipi mitologici della tragedia per musica, ora le polemiche letterarie sul melodramma. Gli elementi di comicità sono fortemente accentuati dalla musica di Sarro, compositore sul quale grave ancora adesso l'ombra di più celebri colleghi come Alessandro Scarlatti e Francesco Mancini, e che viene troppo spesso ricordato solo per i suoi "primati" storici ( l' aver messo in musica per primo un melodramma di Metastasio e l'aver composto l'opera che inaugurò il Teatro San Carlo nel 1737). Alla leziosa semplicità che caratterizza le arie di Eurilla - in particolar modo l' ultima , Languiscono i pastori, sottilmente parodistica di certo patetismo arcadico - si oppone il tono buffo delle arie do Beltramme dove si dispiega frequentemente un trattamento realistico e talvolta quasi caricaturale del testo, che assume spesso forme di fonosimbolismo: dalle lunghe sequenze di note ribattute che accompagnano la tremolante linea vocale della prima aria, Par che la febbre a freddo, per rendere appunto il tremore del protagonista; ai rimbalzi puntati di Il pipistrello è un certo uccello, che anticipa di un anno le forme della celebre aria La farfalla,nell'Impresario delle Canarie sempre di Sarro con il teso di Metastasio; alla convulsa accellerazione del tempo che dà espressione al crescere dell'eccitazione di Beltramme in Guancie morbide, guancie intatte. Rispondono bene alla stessa stregua compositiva anche gli spigliati battibecchi di alcuni recitativi e soprattutto certe serrate sequenze dialogiche dei duetti, come nella parte centrale di Deh movetela ad amarmi e degli stretti intrecci contrappuntistici che nel finale, Vedo amor che pien di dolcezza, danno corpo sonoro alla felice conclusione della schermaglia erotica.
Pier Paolo De Martino |