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Il
progetto speciale “Gli Intermezzi Ritrovati”, promosso dall’Ensemble “Le
Musiche da Camera” e dall’Associazione Area Arte, perviene quest’anno ad una
trilogia che termina un primo ciclo di ricerca, documentazione e riproposta
del repertorio degli intermezzi comici settecenteschi. Un ciclo avviato nel
2001 con Eurilla e Beltramme tratto dall’opera La Partenope
del 1722, musica di Domenico Sarro su testi di Silvio Stampiglia; l’anno
successivo è stata la volta di Morano e Rosicca di Francesco Feo,
dal Siface,Re di Numidia del 1723. Per questa terza stagione,
presentiamo un altro lavoro il cui manoscritto è custodito nella
Biblioteca del Conservatorio S.Pietro a Majella: si tratta di Erighetta
e Don Chilone ovvero Il Malato Immaginario, musica di Leonardo
Vinci e libretto di Antonio Salvi, tre intermezzi tratti dall’opera
Ernelinda, su testo di F.. Silvani, andata in scena per la prima volta a
Napoli al Teatro San Bartolomeo il 4 novembre del 1726.
I
primi interpreti di Erighetta e Don Chilone furono i due
“buffi” del teatro San Bartolomeo: accanto a Gioacchino Corrado nel ruolo di
Don Chilone, instancabile protagonista di intermezzi sulla scena napoletana
settecentesca, troviamo la sua nuova compagna, Celeste Resse nel ruolo di
Erighetta, dopo lo scioglimento del sodalizio quasi ventennale che legava il
basso napoletano a Santa Marchesini. La fine di tale sodalizio segnò un
momento importante non solo per la carriera dei due cantanti, ma anche
nella produzione napoletana di Intermezzi, marcando l’inizio di un processo
irreversibile di rinnovamento. L’esordio sulla scena del San Bartolomeo di
Celeste Resse avvenne infatti al ritorno di Corrado da una tournée in terra
veneta nell’autunno del 1724; in quell’occasione Corrado portò con sé da
Venezia il testo di Erighetta e Don Chilone, assieme ad altri testi
nuovi per Napoli che rappresentarono «la più consistente ventata di novità
che abbia investito il teatro napoletano attorno a quegli anni, con una
decisa sterzata nel gusto e nella qualità letteraria del repertorio» ( F.
Piperno).
Entriamo quindi in una terza fase della storia dell’intermezzo comico
napoletano, una fase caratterizzata da una satira che sempre più si appunta
su situazioni quotidiane e piccolo-borghesi e da un affinamento dello stile
dei testi: non è un caso che alcuni dei testi portati da Venezia dal
Corrado, abbiano ascendenze molierane: tra essi appunto il nostro
Erighetta e Don Chilone. Quest’intermezzo in effetti val bene a
rappresentare il momento di svolta avvenuto sulle scene buffe napoletane per
vari aspetti: trama indipendente dall’opera seria di riferimento, struttura
in tre parti con un’articolazione asimmetrica, qualità della scrittura
musicale.
Nel libretto sono comunque presenti alcuni classici
elementi del teatro comico napoletano del primo Settecento (Opera buffa,
Commedeja pe’ musica ) usati in modo non comune e innestati sul tronco del
genere Intermezzo: dalla presenza di due soli personaggi più una comparsa
alla marcata “tipizzazione” dei due protagonisti, dall’uso del
travestimento alla messa a fuoco dell’ambiente. Ma ciò che più colpisce,
oltre alla finezza della scrittura musicale, è lo sviluppo della trama e il
sottile tratteggio psicologico dei personaggi che colorisce questi
intermezzi di un gusto quasi “noir”.
Si tratta quindi di un’opera rara che per il suo valore storico-musicale
merita sicuramente di essere riportata all’ascolto. Quella che proponiamo è
la prima esecuzione moderna integrale: altre riproposte che si sono avute
negli ultimi anni si sono infatti basate su una copia di provenienza romana
che risulta mancante del terzo intermezzo e quindi dello scioglimento finale
probabilmente “censurato” in occasione di una rappresentazione che doveva
adeguarsi all’orizzonte di attesa della platea cardinalizia della Roma
dell’epoca.
EGIDIO
MASTROMINICO
– PIER PAOLO DE MARTINO
Di
Leonardo Vinci, purtroppo si sa molto poco e questo ha dato dispettose
ambasce ai musicofili ed ampio agio alla leggenda. A contendersi il luogo
della sua nascita sono Napoli e Strongoli, in provincia di Catanzaro, e ci
sono ragioni di pensare che la seconda località possa vincere di più di
un’incollatura ! Il povero musicista, purtoppo, non ebbe una vita lunga,
anche se non è possibile quantificarla esattamente perché tra i pochissimi
documenti della sua biografia ci sono due atti di morte che fissano entrambi
al 1730 la sua dipartita ma in uno si legge che Leonardo aveva 34 anni,
mentre nell’altro lo si gratifica di sei anni in più. Di sicuro c’è solo
che morì a Napoli e che nella città partenopea fu sepolto a Santa Maria a
Fornelli. Una notizia cui si può prestar fede, perché la riporta Prota
Giurleo, è quella che segnala che fu ammesso al Conservatorio dei poveri di
Gesù Cristo di Napoli il 14 novembre 1708. Dal momento che l’accesso dei
giovani ai conservatori avveniva di regola tra i dieci e i dodici anni,
abbiamo ragione di pensare che Leonardo fosse dunque nato in un intervallo
che va dal 1696 al 1698. Quel che invece è più certo è che il giovanotto si
fece subito apprezzare, tanto che dopo tre anni di frequenza fu esentato dal
pagamento della retta per benemerenze ottenute “sul campo” e cioè per il
fatto che agiva ormai da “mastriciello”, una sorta di insegnante d’appoggio
per le nuove leve. Quando uscì dal conservatorio, nel 1718, Leonardo fu
subito assunto, e questa è un’altra delle poche notizie sicure, dal principe
Paolo di Sangro come Maestro di Cappella. Ebbe così modo di dar lezioni al
piccolo Raimondo, che sarebbe poi divenuto il celebre e misterioso Principe
di Sansevero. Forse anche grazie a questi appoggi, il nostro iniziò la sua
carriera con due composizioni operistiche in dialetto napoletano, “Lo cecato
fauzo” e “Le ddoje lettere” che ottennero buoni apprezzamenti. Ma la
notorietà gli venne nel 1722 da “Li zite ‘n galera”, rappresentata al teatro
San Bartolomeo su libretto del Saddumene. Sull’onda del successo fu presente
poi anche al Teatro Nuovo con “La moglie fedele” e con “La festa di Bacco” e
cominciò a frequentare anche il repertorio “serio” con il “Pubblio Cornelio
Scipione”. Divenuto compositore di grido fu chiamato a Roma dove nel 1724
presentò il “Farnace”, su libretto di Lucchini e da quel momento in poi le
sue opere cominciarono ad essere richieste in molte città italiane, da
Venezia, a Parma, a Firenze, fino a giungere, seppure in forma
“pasticciata”, come spesso succedeva a quei tempi, a Londra grazie
all’interessamento di Haendel. Tra i tanti librettisti con cui collaborò ci
fu il “Metastasio che gli fornì il testo di ben sei opere (tra le quali
spiccano la “Didone abbandonata” e il “Catone in Utica”) e che lo stimò
sommamente, come risulta dall’epistolario che il “divino abate” intrattenne
con l’amata Marianna Benti Bulgarelli. Dell’aspetto esteriore di Vinci poco
sappiamo se non che doveva essere un “bel tipo”, come risulta anche dai
pochi ritratti, in cui però si presenta serio e compunto come si conveniva a
chi vestiva l’abito religioso dell’abatino settecentesco. Di certo fu un
giovanotto un po’ scapestrato e amante goloso della vita. Ciò è testimoniato
dallo stesso Metastasio e anche da Frugoni, che ne fece un ritratto un po’
“mozartiano” quando, lavorando in collaborazione con lui a Parma, lo invitò
a smettere di scrivere sempre all’ultimo minuto e ad abbandonare “l’amore e
il gioco”. Non sembra che Leonardo seguisse i suoi consigli se Frugoni alla
fine gli augurò, in un famoso sonetto, “un’eterna cacarella” ! La leggenda
vuole che sia stato proprio a causa di una donna che Vinci abbia chiuso
anticipatamente e tragicamente la propria vita. Si narra infatti che, per
gelosia, qualcuno gli mise del veleno nel “cioccolatte” e così il povero
musicista, come ha lasciato scritto il Ghezzi, uno dei suoi amici più cari,
“dipartì di dolor colico in un subito, senza neanche potersi confessare”.
Sappiamo inoltre che ebbe sepoltura condecente solo grazie
all’interessamento della sorella del Cardinal Ruffo, avendo egli in
scarsella, al momento del trapasso, “meno di tre paoli”.
Sono
molti i pregi della musica di Vinci. Prima di tutto “l’arrangiamento”, per
dirla con il Robinson (L’Opera napoletana), “che concentra tutta
l’attenzione sulla melodia senza portar traccia di contrappunto o di
obblighi strumentali che possano far concorrenza alla voce”. Florimo
considerava Vinci “il padre del teatro musicale, avendo egli fatto melodia
sugli accordi degli strumenti e perfezionato il recitativo obbligato”.
Burney, nei suoi appunti di viaggio, scrisse che Leonardo aveva provocato
una “considerable revolution” nel dramma musicale soprattutto grazie alla
chiarezza con la quale le parole spiccavano sulle note dell’orchestra. In
questo senso Vinci è stato sempre considerato il più “metastasiano” dei
compositori e il suo stile musicale è una sorta di spartiacque tra il
periodo dominato da Alessandro Scarlatti e quel nuovo linguaggio che Carli
Ballola ha definito “pregalante e pergolesiano”. Per quanto riguarda la
vocalità, infine, Vinci fu, come ha sottolineato Rodolfo Celletti nella sua
“Storia del canto”, il sommo divulgatore dello stile cosiddetto “agitato”
che segna, tra il 1730 e il 1740, uno dei vertici dell’espressività del
tempo “con il suo fraseggio sincopato che alcuni studiosi amano definire
“sensitivo” e con la sua scrittura spiccatamente virtuosistica”.
Caratteristiche queste che già si notavano nelle sue opere in dialetto
napoletano nelle quali, con abili sfumature, egli riuscì, come ha scritto
Giovanna Ferrara, a nobilitare il gusto della musica popolare “con quella
straordinaria e facilissima vena creativa che è uno dei suoi maggiori
pregi”.
“Erighetta e Don Chilone ovvero Il malato
immaginario” andò in scena al Teatro San Bartolomeo di Napoli il 4 novembre
del 1726 come “intermezzi” per l’ “Ermelinda”, per la musica dello stesso
Vinci e libretto del Silvani, opera seria annunciata come “Dramma per musica
da rappresentarsi nel giorno in cui si celebra il nome dell’Augustissimo
Cesare Carlo VI, grande Imperador de’ Romani e dedicato all’Eminentissimo e
Reverendissimo Signor Cardinale Michele Federico D’Althann, Viceré,
Luogotenente e Capitan Generale in questo Regno”. L’Ermelinda era un
drammone in tre atti la cui fosca vicenda era ambientata nel regno di
Norvegia. Dovette essere una rappresentazione di tutto rispetto se
l’interprete principale era Marianna Benti Bulgarelli, la “Romanina” del
Metastasio, attorniata dal contraltista Gaetano Berenstadt, che fu
interprete anche della Didone e della Semiramide vinciane; dal sopranista
Carlo Scalzi, che interpretò a sua volta ben sette opere del nostro e dal
tenore Filippo Giorgi, anche lui frequentatore a più riprese del repertorio
di Leonardo. Anche gli intermezzi furono cantati da un cast di specialisti:
Celeste Resse, che fu interprete di altri quattro intermezzi di Vinci e
Gioacchino Corrado, basso buffo notissimo che agiva stabilmente al Teatro di
San Batolomeo e che oltre ad essere interprete dell’Uberto della Serva
Padrona di Pergolesi, cantò in tutti e sette gli intermezzi che si
conoscono del compositore calabrese. Anche i comprimari dell’Ermelinda
testimoniano della validità della distribuzione di quell’allestimento mentre
naturalmente non si hanno notizie dell’interprete del muto servo Lesbino che
interagisce con Erighetta e Don Chilone, ma non dubitiamo che nel vasto
gurgite del teatro napoletano fosse stato scelto un ottimo e divertentissimo
mimo ! L’intermezzo ebbe molto successo, non solo quella sera ma anche in
seguito, tanto che l’aria iniziale “Vedovella afflitta e sola” compare
spesso nei cataloghi approntati ad esemplificazione del repertorio buffo
settecentesco. La storia, scritta da Antonio Salvi, è ben ideata e
gradevole anche nella verseggiatura. La giovane e “carnale” vedovella
Erighetta vuole risposarsi. Le manca tanto un marito da vessare ! Adocchia
Don Chilone, un maturo ipocondriaco che vive, tra clisteri e salassi,
terrorizzato dalla paura di morire. Il dabbenuomo ha poi la “fortunata”
ventura di assomigliare anche al “caro estinto”, cosa che stuzzica
decisamente la vedova. Non contento del proprio medico che non riesce a
guarirlo, Don Chilone si fa convincere da Erighetta a provare il medico di
lei, dal nome sesquipedale di “dottor Guarisci”. Ma il nuovo medico non è
che Erighetta travestita che prescrive al cronico ammalato un rimedio
infallibile: il matrimonio. Don Chilone segue correttamente la ricetta e
chiede naturalmente proprio alla focosa vedova di diventare sua moglie. La
donna prima nicchia un po’, poi si concede ma pretende un contratto capestro
per il quale si potrà insediare in casa di Don Chilone come assoluta
“padrona”. Il poveretto, per guarire, accetta ed effettivamente la ricetta
si rivela portentosa: sparisce ogni male eccetto un lieve fastidio alla
fronte che comunque, in fin dei conti, è poca cosa. Un effetto collaterale
accettabilissimo anche per un foglietto di istruzioni al medicamento nella
letteratura farmacologica di oggi !
GIUSEPPE DE MATTEIS & GIANNI MARATA
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