Erighetta e Don Chilone



L'Intermezzo Ritrovato
Progetto speciale
Edizione 2003


ERIGHETTA E DON CHILONE
Intermezzi dall'opera

"ERNELINDA"


Teatro San Bartolomeo
4 novembre 1726

 

Libretto di ANTONIO SALVI

musica di LEONARDO VINCI


prima esecuzione integrale moderna

Personaggi

Erighetta

Rosa Montano, mezzosoprano

Don Chilone

Giusto D’Auria, Basso

 

Regia, scene, costumi

Franz Prestieri

Revisione e trascrizione a cura di
Egidio Mastrominico

 

 

 

Nuova pagina 1

  Il progetto speciale “Gli Intermezzi Ritrovati”, promosso dall’Ensemble “Le Musiche da Camera” e dall’Associazione Area Arte, perviene quest’anno ad una trilogia che termina un primo ciclo di ricerca, documentazione e riproposta del repertorio degli intermezzi comici settecenteschi. Un ciclo avviato nel 2001 con Eurilla e Beltramme tratto dall’opera La Partenope del 1722, musica di Domenico Sarro su testi di Silvio Stampiglia; l’anno successivo è stata la volta di Morano e Rosicca di Francesco Feo,  dal Siface,Re di Numidia del 1723.  Per questa terza stagione, presentiamo un altro lavoro  il cui manoscritto è custodito nella Biblioteca del Conservatorio S.Pietro a Majella: si tratta di  Erighetta e Don Chilone ovvero Il Malato Immaginario, musica di Leonardo Vinci e libretto di Antonio Salvi, tre intermezzi tratti dall’opera Ernelinda, su testo di F.. Silvani, andata in scena per la prima volta a Napoli al Teatro San Bartolomeo il 4 novembre del 1726. 

  I primi interpreti di Erighetta e Don Chilone furono  i due “buffi” del teatro San Bartolomeo: accanto a Gioacchino Corrado nel ruolo di Don Chilone,  instancabile protagonista di intermezzi sulla scena napoletana settecentesca, troviamo la sua nuova compagna,  Celeste Resse nel ruolo di Erighetta, dopo lo scioglimento del sodalizio quasi ventennale che legava il basso napoletano a Santa Marchesini. La fine di tale sodalizio segnò un momento importante non solo per la carriera dei due cantanti,  ma anche nella produzione napoletana di Intermezzi, marcando l’inizio di un processo irreversibile di rinnovamento.  L’esordio sulla scena del San Bartolomeo di Celeste Resse avvenne infatti al ritorno di Corrado da una tournée in terra veneta nell’autunno del 1724; in quell’occasione Corrado portò con sé da Venezia il testo di Erighetta e Don Chilone, assieme ad altri testi nuovi per  Napoli che rappresentarono «la più consistente ventata di novità che abbia investito il teatro napoletano attorno a quegli anni, con una decisa sterzata nel gusto e nella qualità letteraria del repertorio» ( F. Piperno).

   Entriamo quindi in una  terza fase della storia dell’intermezzo comico napoletano, una fase caratterizzata da una satira che sempre più si appunta su situazioni quotidiane e piccolo-borghesi e da un affinamento dello stile dei testi: non è un caso che alcuni dei testi portati da Venezia dal Corrado, abbiano ascendenze molierane:  tra essi appunto il nostro Erighetta e Don Chilone.   Quest’intermezzo in effetti val bene a rappresentare il momento di svolta avvenuto sulle scene buffe napoletane per vari aspetti: trama indipendente dall’opera seria di riferimento, struttura in tre parti con un’articolazione asimmetrica,  qualità della scrittura musicale. Nel libretto sono comunque presenti alcuni classici elementi del teatro comico napoletano del primo Settecento  (Opera buffa, Commedeja pe’ musica ) usati in modo non comune e innestati sul tronco del genere Intermezzo: dalla  presenza di due soli personaggi più una comparsa alla  marcata “tipizzazione” dei due protagonisti, dall’uso del travestimento alla messa a fuoco dell’ambiente. Ma ciò che più colpisce, oltre alla finezza della scrittura musicale, è lo sviluppo della trama e il sottile tratteggio psicologico dei personaggi che colorisce questi intermezzi di un gusto quasi “noir”.

  Si tratta quindi di un’opera rara che per il suo valore storico-musicale merita sicuramente di essere riportata all’ascolto. Quella che proponiamo è la prima esecuzione moderna integrale: altre riproposte che si sono avute negli ultimi anni si sono infatti basate su una copia di provenienza romana che risulta mancante del terzo intermezzo e quindi dello scioglimento finale probabilmente “censurato”  in occasione di una rappresentazione che doveva adeguarsi all’orizzonte di attesa della platea cardinalizia della Roma dell’epoca.

EGIDIO MASTROMINICO – PIER PAOLO DE MARTINO

 Di Leonardo Vinci, purtroppo si sa molto poco e questo ha dato dispettose ambasce ai musicofili ed ampio agio alla leggenda. A contendersi il luogo della sua nascita sono Napoli e Strongoli, in provincia di Catanzaro, e ci sono ragioni di pensare che la seconda località possa vincere di più di un’incollatura !  Il povero musicista, purtoppo, non ebbe una vita lunga, anche se non è possibile quantificarla esattamente perché tra i pochissimi documenti della sua biografia ci sono due atti di morte che fissano entrambi al 1730 la sua dipartita ma in uno si legge che Leonardo aveva 34 anni, mentre nell’altro lo si gratifica di sei anni in più.  Di sicuro c’è solo che morì a Napoli e che nella città partenopea fu sepolto a Santa Maria a Fornelli. Una notizia cui si può prestar fede, perché la riporta Prota Giurleo, è quella che segnala che fu ammesso al Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo di Napoli il 14 novembre 1708. Dal momento che l’accesso dei giovani ai conservatori avveniva di regola tra i dieci e i dodici anni, abbiamo ragione di pensare che Leonardo fosse dunque nato in un intervallo che va dal 1696 al 1698. Quel che invece è più certo è che il giovanotto si fece subito apprezzare, tanto che dopo tre anni di frequenza fu esentato dal pagamento della retta per benemerenze ottenute “sul campo” e cioè per il fatto che agiva ormai da “mastriciello”, una sorta di insegnante d’appoggio per le nuove leve. Quando uscì dal conservatorio, nel 1718, Leonardo fu subito assunto, e questa è un’altra delle poche notizie sicure, dal principe Paolo di Sangro  come Maestro di Cappella. Ebbe così modo di dar lezioni al piccolo Raimondo, che sarebbe poi divenuto il celebre e misterioso Principe di Sansevero. Forse anche grazie a questi appoggi, il nostro iniziò la sua carriera con due composizioni operistiche in dialetto napoletano, “Lo cecato fauzo” e “Le ddoje lettere” che ottennero buoni apprezzamenti. Ma la notorietà gli venne nel 1722 da “Li zite ‘n galera”, rappresentata al teatro San Bartolomeo su libretto del Saddumene. Sull’onda del successo fu presente poi anche al Teatro Nuovo con “La moglie fedele” e con “La festa di Bacco” e cominciò a frequentare anche il repertorio “serio” con il “Pubblio Cornelio Scipione”. Divenuto compositore di grido fu chiamato a Roma dove nel 1724 presentò il “Farnace”, su libretto di Lucchini e da quel momento in poi le sue opere cominciarono ad essere richieste in molte città italiane, da Venezia, a Parma, a Firenze, fino a giungere, seppure in forma “pasticciata”, come spesso succedeva a quei tempi, a Londra grazie all’interessamento di Haendel. Tra i tanti librettisti con cui collaborò ci fu il “Metastasio che gli fornì il testo di ben sei opere (tra le quali spiccano la “Didone abbandonata” e il “Catone in Utica”) e che lo stimò sommamente, come risulta dall’epistolario che il “divino abate” intrattenne con l’amata Marianna Benti Bulgarelli. Dell’aspetto esteriore di Vinci poco sappiamo se non che doveva essere un “bel tipo”, come risulta anche dai pochi ritratti, in cui però si presenta serio e compunto come si conveniva a chi vestiva l’abito religioso dell’abatino settecentesco. Di certo fu un giovanotto un po’ scapestrato e amante goloso della vita. Ciò è testimoniato dallo stesso  Metastasio e anche da Frugoni, che ne fece un ritratto un po’ “mozartiano” quando, lavorando in collaborazione con lui a Parma, lo invitò a smettere di scrivere sempre all’ultimo minuto e ad abbandonare “l’amore e il gioco”. Non sembra che Leonardo seguisse i suoi consigli se Frugoni alla fine gli augurò, in un famoso sonetto, “un’eterna cacarella” ! La leggenda vuole che sia stato proprio a causa di una donna che Vinci abbia chiuso anticipatamente e tragicamente la propria vita. Si narra infatti che, per gelosia, qualcuno gli mise del veleno nel “cioccolatte” e così il povero musicista, come ha lasciato scritto il Ghezzi, uno dei suoi amici più cari, “dipartì di dolor colico in un subito, senza neanche potersi confessare”.  Sappiamo inoltre che ebbe sepoltura condecente solo grazie all’interessamento della sorella del Cardinal Ruffo, avendo egli in scarsella, al momento del trapasso, “meno di tre paoli”.

   Sono molti i pregi della musica di Vinci. Prima di tutto “l’arrangiamento”, per dirla con il Robinson  (L’Opera napoletana), “che concentra tutta l’attenzione sulla melodia senza portar traccia di contrappunto o di obblighi strumentali che possano far concorrenza alla voce”. Florimo considerava Vinci “il padre del  teatro musicale, avendo egli fatto melodia sugli accordi degli strumenti e perfezionato il recitativo obbligato”. Burney, nei suoi appunti di viaggio, scrisse che Leonardo aveva provocato una “considerable revolution” nel dramma musicale soprattutto grazie alla chiarezza con la quale le parole spiccavano sulle note dell’orchestra. In questo senso Vinci è stato sempre considerato il più “metastasiano” dei compositori e il suo stile musicale è una sorta di spartiacque tra il periodo dominato da Alessandro Scarlatti e quel nuovo linguaggio che Carli Ballola  ha definito “pregalante e pergolesiano”. Per quanto riguarda la vocalità, infine, Vinci fu, come ha sottolineato Rodolfo Celletti nella sua “Storia del canto”, il sommo divulgatore dello stile cosiddetto “agitato” che segna, tra il 1730 e il 1740, uno dei vertici dell’espressività del tempo “con il suo fraseggio sincopato che alcuni studiosi amano definire “sensitivo” e con la sua scrittura spiccatamente virtuosistica”. Caratteristiche queste che già si notavano nelle sue opere in dialetto napoletano nelle quali, con abili sfumature, egli riuscì, come ha scritto Giovanna Ferrara, a nobilitare il gusto della musica popolare “con quella straordinaria e facilissima vena creativa che è uno dei suoi maggiori pregi”.

  “Erighetta e Don Chilone ovvero Il malato immaginario” andò in scena al Teatro San Bartolomeo di Napoli il 4 novembre del 1726 come “intermezzi” per l’ “Ermelinda”, per la musica dello stesso Vinci e libretto del Silvani, opera seria annunciata come “Dramma per musica da rappresentarsi nel giorno in cui si celebra il nome dell’Augustissimo Cesare Carlo VI, grande Imperador de’ Romani e dedicato all’Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Michele Federico D’Althann, Viceré, Luogotenente e Capitan Generale in questo Regno”. L’Ermelinda era un drammone in tre atti la cui fosca vicenda era ambientata nel regno di Norvegia. Dovette essere una rappresentazione di tutto rispetto se l’interprete principale era Marianna Benti Bulgarelli, la “Romanina” del Metastasio, attorniata dal contraltista Gaetano Berenstadt, che fu interprete anche della Didone e della Semiramide vinciane; dal sopranista Carlo Scalzi, che interpretò a sua volta ben sette opere del nostro e dal tenore Filippo Giorgi, anche lui frequentatore a più riprese del repertorio di Leonardo. Anche gli intermezzi furono cantati da un cast di specialisti: Celeste Resse, che fu interprete di altri quattro intermezzi di Vinci e Gioacchino Corrado, basso buffo notissimo che agiva stabilmente al Teatro di San Batolomeo  e che oltre ad essere interprete dell’Uberto della Serva Padrona di Pergolesi,  cantò in tutti e sette gli intermezzi che si conoscono del compositore calabrese. Anche i comprimari dell’Ermelinda testimoniano della validità della distribuzione di quell’allestimento mentre naturalmente non si hanno notizie dell’interprete del muto servo Lesbino che interagisce con Erighetta e Don Chilone, ma non dubitiamo che nel vasto gurgite del teatro napoletano fosse stato scelto un ottimo e divertentissimo mimo ! L’intermezzo ebbe molto successo, non solo quella sera ma anche in seguito, tanto che l’aria iniziale “Vedovella afflitta e sola” compare spesso nei cataloghi approntati ad esemplificazione del repertorio buffo settecentesco.  La storia, scritta da Antonio Salvi, è ben ideata e gradevole anche nella verseggiatura. La giovane e “carnale” vedovella Erighetta vuole risposarsi. Le manca tanto un marito da vessare ! Adocchia Don Chilone, un maturo ipocondriaco che vive, tra clisteri e salassi, terrorizzato dalla paura di morire. Il dabbenuomo ha poi la “fortunata” ventura di assomigliare anche al “caro estinto”, cosa che stuzzica decisamente la vedova. Non contento del proprio medico che non riesce a guarirlo, Don Chilone si fa convincere da Erighetta a provare il medico di lei, dal nome sesquipedale di “dottor Guarisci”. Ma il nuovo medico non è che Erighetta travestita che prescrive al cronico ammalato un rimedio infallibile: il matrimonio. Don Chilone segue correttamente la ricetta e chiede naturalmente proprio alla focosa vedova di diventare sua moglie. La donna prima nicchia un po’, poi si concede ma pretende un contratto capestro per il quale si potrà insediare in casa di Don Chilone come assoluta “padrona”. Il poveretto, per guarire, accetta ed effettivamente la ricetta si rivela portentosa: sparisce ogni male eccetto un lieve fastidio alla fronte che comunque, in fin dei conti, è poca cosa. Un effetto collaterale accettabilissimo anche per un foglietto di istruzioni al medicamento nella letteratura farmacologica di oggi !

 

GIUSEPPE DE MATTEIS & GIANNI MARATA

 

 

   
 
   
         
Edizione 2001 - Eurilla e Beltramme        Edizione 2002 - Morano e Rosicca        Foto di Eugenio Lupoli