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Negli studi più
recenti sulla musica strumentale italiana tra Seicento e Settecento, va
emergendo con maggiore evidenza la fisionomia di quella che si potrebbe
definire una vera e propria “scuola” violinistica napoletana, rappresentata
dai nomi di Gian Carlo Cailò, Pietro Marchitelli, Nicola Matteis, Angelo
Ragazzi, Nicola Fiorenza, Michele Mascitti, i due Barbella. Musicisti la cui
attività si svolse lungo più di un secolo, dagli anni settanta del Seicento
alla fine del Settecento, e che appartengono a pieno titolo alla schiera di
strumentisti-compositori italiani che con le loro ricerche segnarono
importanti tappe nel progresso della tecnica violinistica, contribuendo a
mantenere viva la musica strumentale in una civiltà sempre più dominata
dagli sviluppi del melodramma. Una delle figure più interessanti di questo
gruppo è quella di Emanuele Barbella, formatosi inizialmente con il padre
Francesco, compositore e “maestro di strumenti a corda” al Conservatorio di
S. Maria di Loreto. Dopo la morte prematura del padre, avvenuta nel 1733,
Barbella proseguì la pratica del violino con Angelo Zago e Pasqualino Bini
(alunno di Tartini), studiando anche composizione con Michele Caballone,
Leonardo Leo e, forse, con Padre Martini a Bologna. Divenuto nel 1753 primo
violino del teatro Nuovo di Napoli, tre anni più tardi Barbella entrò al
servizio della Cappella Reale; a partire dal 1761 suonò nell’orchestra del
teatro S. Carlo svolgendo anche attività d’insegnamento al Conservatorio di
S. Onofrio. Charles Burney, che lo conobbe durante la sua permanenza a
Napoli nell’ottobre 1770, ne parlò come della «creatura più buona che io
abbia mai conosciuto», dotato di un carattere «dolce come il suono del suo
violino».
Gran parte
della reputazione goduta da Barbella ai suoi tempi e nella posterità derivò
proprio dalle opinioni di Burney, la cui la stima si accompagnava ad alcune
riserve, soprattutto riguardo allo stile esecutivo: «Se fosse più brillante,
se desse più voce al suo strumento, se il suo stile fosse più vario, il suo
modo di suonare sarebbe irreprensibile, e forse superiore alla maggior parte
dei violinisti europei»; in compenso il giudizio sul compositore era
piuttosto favorevole: «Conosce bene la musica; le sue composizioni sono
ricche di fantasia ed hanno una impronta per nulla sgradevole di inconsueta
estrosità». Le opere di Barbella conobbero una certa diffusione europea se è
vero che a Parigi e a Londra - i due maggiori centri di pubblicazione di
musica da camera nel terzo quarto del secolo - furono edite tra il
1762 e il 1774 dieci sue raccolte di sonate, duo e trii. Queste
composizioni, insieme ad altre rimaste manoscritte, rispondevano in buona
parte agli orizzonti di attesa di un pubblico che chiedeva allora semplicità
e piacevolezza; ma le occasionali sorprese armoniche e il ricorso a
motivi popolareggianti – connotati nelle quali si può rinvenire forse
l’influenza della scuola di Tartini da cui Barbella discendeva – portavano
anche quella ventata di “inconsueta estrosità” notata da Burney, che poteva
rappresentare un aspetto attraente per il pubblico più colto ed aggiornato.
Maggior
protettore ed estimatore di Barbella a Napoli fu in effetti un raffinato
conoscitore come William Hamilton, ambasciatore inglese alla corte dei
Borboni e probabile tramite con gli editori londinesi. A lui furono
dedicati i Sei trii per due violini e violoncello, pubblicati a Londra da
Welcker nel 1772, composizioni che ben rappresentano la fase evolutiva di un
genere ampiamente coltivato in quello scorcio di secolo ( tra gli altri da
Haydn e Boccherini ), proprio per quella che a noi oggi appare la sua natura
di transizione. In questi trii di Barbella la prescrizione del violoncello
in luogo di quella più ambigua del “basso”, sembrerebbe inquadrarsi nel più
vasto fenomeno che vedeva il genere andare ormai disancorandosi dalla Sonata
a tre; ma la presenza dei numeri nella parte del violoncello rappresenta un
dato di segno contrario, non giustificabile solo in base alla prassi
editoriale che, per ovvie ragioni commerciali, continuava a mantenere le
sigle numeriche del basso continuo anche quando non era veramente richiesto
uno strumento a tastiera. Le distanze talvolta molto ampie tra le
parti, le ricorrenti indicazioni di “tasto solo” corrispondenti a note
ribattute del basso, il respiro quasi orchestrale di certe pagine,
lasciano pensare che il clavicembalo qui sia ancora necessario. Fa da
contraltare a questo aspetto conservativo, una scrittura che appare in linea
con le tendenze prevalenti in quegli anni, sia per le certe scelte formali
che per il respiro semplice e cantabile delle trame. La raccolta
presenta un’evidente omogeneità scritturale: la distribuzione dei ruoli vede
il primo violino protagonista, ora accompagnato dagli altri due strumenti,
ora impegnato con loro in brevi dialoghi; la struttura è sempre in tre
movimenti, con una successione costante rispetto alla quale fa eccezione
soltanto il quinto trio (aperto da un larghetto, cui segue un ampio allegro
centrale dal carattere brillante ed infine un sommesso andantino). Il
movimento iniziale è sempre il più complesso, con un taglio bipartito ed un
andamento armonico che conduce verso la dominante alla fine della
prima sezione per poi tornare alla tonica in occasione della ripresa del
tema di apertura; alla simmetria di questa struttura corrisponde un
ritmo sintattico animato da ricorrenti irregolarità e asimmetrie. Più
semplici e meno sorprendenti sono in genere gli altri due movimenti: quello
centrale (larghetto o andantino), è la sede
privilegiata di una cantabilità affettuosa e discreta; quello finale in
forma di rondò, si snoda attraverso frasi brevi ed incisive. In tutte
queste pagine Barbella declina le convenzioni
dello stile galante con una vitalità che appare intrisa dello spirito
dell’opera buffa napoletana e che tuttavia tende ad un’eufonia puramente
strumentale: il passo corto delle invenzioni melodiche, la scarsissima
presenza degli abbellimenti, gli occasionali effetti dinamici, le
trovate umoristiche, si mantengono sempre in bilico sui confini tracciati
dal tartiniano precetto del “buon gusto secondo natura”.
Pier Paolo
De Martino - Egidio Mastrominico
English Traslated
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